Delle frasi che mi hanno sempre incoraggiato a continuare a scrivere

La scrittura è l’ignoto. Prima di scrivere non si sa niente di ciò che si sta per scrivere e in piena lucidità.

Marguerite Duras

Io sono convinta che la scrittura non serva per farsi vedere ma per vedere.

Susanna Tamaro

Uno scrittore non sceglie i suoi argomenti, sono questi ultimi a sceglierlo.

Mario Vargas Llosa

Saper leggere il libro del mondo | con parole cangianti e nessuna scrittura | nei sentieri costretti in un palmo di mano | i segreti che fanno paura | finché un uomo ti incontra e non si riconosce | e ogni terra si accende e si arrende la pace.

Fabrizio De Andrè

Ecco la risposta. Incenerire i sogni. Bruciare i sogni è il segreto per abbattere definitivamente i propri nemici, perché non trovino più la forza di rialzarsi e ricominciare. Non sognino le cose belle delle loro città, delle vite altrui, non sognino i racconti di altri, così pieni di libertà e di amore. Non sognino più nulla. Se non permetti alle persone di sognare, le rendi schiave.

Alessandro D’Avenia (Bianca come il latte rossa come il sangue)

Ecco i link per leggere i miei libri e racconti!

Sono tra i vincitori del concorso letterario “Storie in Biblioteca” indetto dalle Biblioteche di Roma in occasione dell’edizione 2017 de “Il Maggio dei libri”, con la pubblicazione del racconto dal titolo “Mi dispiace” nell’antologia curata dalla casa editrice L’Erudita, in collaborazione con l’editore Giulio Perrone.

Sono tra i vincitori del concorso di noir “C’era un ragazzo che come me”, indetto dalla testa Polizia Moderna con la pubblicazione del racconto intitolato “Rinascere”, unitamente agli altri racconti premiati. E’ possibile acquistare il libro con versamento di 5,00 € su conto corrente postale nr. 35756006 intestato a: Polizia Moderna p.zza del Viminale, 7 00184 Roma. I soldi sono devoluti al “Piano Marco Valerio” Piano di Assistenza per la cura delle malattie pediatriche a favore dei figli dei dipendenti della Polizia di Stato, affetti da gravi patologie.

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Sole Nero il primo romanzo giallo

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http://www.amazon.it/SOLE-NERO-maria-alessia-VESCOVO-ebook/dp/B00OF18HN2/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1442775888&sr=1-1&keywords=maria+alessia+del+vescovo

Araba Fenice il secondo Romanzo giallo

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http://www.amazon.it/Araba-Fenice-maria-alessia-VESCOVO-ebook/dp/B00VDHV0LC/ref=sr_1_2?s=books&ie=UTF8&qid=1442775888&sr=1-2&keywords=maria+alessia+del+vescovo

Un mio racconto che ha partecipato al concorso letterario Donne che fanno testo indetto dalla testata giornalistica Il Messaggero

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http://www.donnechefannotesto.it/pdf/ALI%20DEL%20SILENZIO.pdf

Il mio diario sull’esperienza di volontario a Lourdes

http://www.tonyassante.com/300109.pdf
http://lnx.tonyassante.com/wordpress/il-diario-di-maria-a-lourdes.html

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Un altro mio racconto è stato selezionato per il concorso letterario “Parole in corsa” indetto da Atac, Trambus e Met.Ro per i passeggeri dei mezzi pubblici, edizione 2007, con pubblicazione di una raccolta dal titolo omonima. Ed un altro per lo stesso tipo di concorso indetto da “Ataf&Linea” per lo stesso anno dal titolo “Viaggio a Fantasia”.

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Inoltre sono stata tra i vincitori del Concorso Lettario “Parole d’Italia”, indetto dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri (Dipartimento per la Gioventù), il finanziamento della Regione Lazio (Assessorato alla Cultura e Sport) ed il Patrocinio di Biblioteche di Roma, sulla descrizione dell’Italia che affronta la Crisi Economica ed il Multucultralismo, alla ricerca di un nuovo equilibrio sociale, con la pubblicazione di una raccolta stampata nel maggio 2013.

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Ecco il mio racconto intitolato “METAMORFOSI”

Sento un rumore strano provenire alle mie spalle.
Solo il fruscio del vento che ha spostato un ramo facendolo sbattere alla finestra dell’officina.
Ancora mi devo abituare che sono libero e che tutta quella brutta storia è finita.
Ho diciannove anni eppure mi sembra di averne quaranta.
Adesso lavoro qui al Pigneto in un’autofficina con un romano doc che ha deciso di trafficare ancora per due anni e poi andare in pensione. Nessuno dei suoi figli ha voluto continuare a fare il meccanico e per questo i servizi sociali gli hanno affidato a me. La stima è nata a poco a poco. Alla fine sono diventato parte della sua famiglia.
Devo pure sbrigarmi perché ho le lezioni per prendere il diploma di ragioniere presto oggi, l’insegnante di italiano ha anticipato di un’ora.
“Khaled ma che hai oggi sei sempre sovrappensiero? T’ho detto de passamme ‘a numero venti. Ma ce stai oggi co’ la capoccia?”
“Si Alvaro eccola, scusami. Ho il tema di italiano domani..”
“Bravo te con tutta ‘sta storia della scola non lavori più come prima…”
“Lo sai che non è vero..”
“Te devi da sbriga’ la cinquecento de Flavio Zocchi deve esse’ pronta pe’ le cinque..”
“Si, si ho capito..”
Faceva sempre così, ma io sapevo che mi voleva bene, a modo suo, ovviamente.
Qui al Pigneto mi ero ambientato, ormai era un quartiere interculturale, c’erano tanti stranieri come me.
Per le quattro e mezza avevo finito la cinquecento del signor Zocchi e continuai a rimettere a posto il serbatoio gpl di una Fiat Panda che poteva avere più di venti anni. Al mio paese sarebbe stata un’auto di lusso.
Alle sette finalmente smettemmo ed io, con il mio zaino invicta rosso e nero, dono del signor Alvaro (presumibilmente era stato di uno dei suoi figli) attraversai la strada. Salutai il fioraio, Mario, un tipo tanto simpatico e mi incamminai verso la scuola ove frequentavo le scuole serali. Avevano da poco aperto una biblioteca ed era bellissima, aveva tantissimo libri di poeti classici latini e greci, le mie letture preferite. C’erano anche libri in arabo, ma non li prendevo mai, volevo dimenticare il mio passato. Sapevo bene il francese e questo mi permetteva di avere voti altissimi agli esami, ma
dovevo imparare assolutamente l’italiano. Davanti alla biblioteca si erano fermate delle persone, alquanto alticce. Le voci erano concitate e poi vidi una ragazza strattonata da un bengalese. Non ci pensai due volte, mi avvicinai e gliela tolsi dalle mani.
“Amico ma che fai?”, mi disse quello.
Lo guardai negli occhi e non dissi nulla. Trascinai la ragazza via con me. Non sopportavo che le donne venissero picchiate. Poco lontano mi fermai vicino ad un bar che conoscevo e la feci sedere.
“Perchè l’hai fatto? Che te’ frega di me?”, esordì la ragazza, invece di dirmi grazie. La guardavo e notavo il rimmel colato e la faccia di chi ha sicuramente ingerito sostanze non proprio salutari.
“Senti bella, ti lascio qui. Il mio nome è Khaled. Questi sono i soldi per la consumazione di un caffè. Ho da fare.”
Mi alzai, ma lei mi bloccò per il braccio.
“Scusame non te volevo tratta’ male, ma sai io non ce so’ abituata a chi me difenne, me so sempre difesa da sola.”
“Scuse accettate, ma ora devo andare a scuola.”
Aveva delle iridi celesti bellissime.
“A scola a quest’ora e che sei ripetente?”
Avrei voluto darle un ceffone, davvero, di cuore. La lasciai lì, senza dire una parola. Io non li capito proprio i ragazzi di Roma. Avevano la libertà di studiare, di imparare un mestiere e che facevano? Stavano sui motorini pomeriggi interi a chiacchierare con gli amici, alcuni nemmeno si diplomavano e certi prendevano strade di cui nemmeno volevo parlare. Mi facevano davvero rabbia. Arrivai a scuola con pochissime falcate. Ero davvero incavolato. Mi sedetti e subito dissipai i miei dubbi. Dovevo diplomarmi. Avrei preferito il liceo classico, per le letture di Ovidio, Platone, Seneca, Catullo, ma per rilevare l’officina di Alvaro dovevo imparare a tutti i costi la contabilità. La partita doppia che incubo! Le lezioni volarono.
Al banco con me c’era un ragazzo che guidava il tram che aveva lasciato l’ultimo anno prima di diplomarsi, si chiamava Calogero. Una vera forza della natura. Appena finivamo le lezioni andavamo dal “cornettaro” e ci prendevamo un bel cornetto, oppure dal “paninaro” e un bel panino non ce lo toglieva nessuno. Ma questa sera Calogero mi diede buca, doveva uscire con la sua ragazza. Elisa. Quando la vidi all’uscita, mi prese un colpo era davvero bellissima. Ci presentammo. Era lei, quella che aspettavo da tantissimo tempo, ma purtroppo era impegnata. “Lo sai Eli’, che Khaled fa il meccanico a Piazza del Pigneto, perchè non ce porti ‘a macchina tua?”
“Davvero glie daresti un’occhiata?”, mi chiese con i suoi occhi da cerbiatto.
“Si”, parlavo a monosillabi. Ero incantato.
Ma dovevo togliermela dalla mente, era la donna di Calogero.
“Ciao Khale’”, dopo due giorni a quasi ora di pranzo mi si presenta lei in officina.
“Ciao”, le dissi davvero sorpreso. Il cuore mi batteva a mille.
“Khaled segui la signorina, io vado su, ce vedemo alle tre..”
Alvaro andava a pranzo e lasciava l’officina a me per due ore.
“Allora che dici te la lascio?”
Ed osservai alle sue spalle una Nissan Micra nera.
“Cos’ha di preciso?”
“Ma che ne so, Khale’.. fa un sacco di rumori, vedi tu.”
Non riuscivo a guardarla negli occhi.
“Allora Elisa, vieni più tardi a riprenderla. Vediamo prima che ha e poi ti faccio sapere qualcosa.”
“Ma che fai non mi vieni a fare compagnia per pranzo?”
“No, devo rimanere qui, devo lavorare, ho un panino.”
“Ammazza oh, te fanno lavorare tanto..”
“No, no. Tranquilla.”
“Va be’ fai come ti pare..”
La guardai andare via e la vidi così com’era, un po’ viziata, ma bellissima. Finii un’Alfa e poi controllai la sua. Niente di grave. Convergenza da rifare..
Ma doveva aspettare almeno due giorni.
All’officina avevano molto lavoro, forse dato dal fatto che Alvaro era un’istituzione nel quartiere e tutti lo conoscevano. Il suo negozio era aperto dal 1960 ed aveva aggiustato ogni tipo di autovettura. Verso le cinque tornò Elisa, lasciando una scia di profumo.
“Allora Khale’ ci vedemo tra due giorni. Ok?”
Accennai un sorriso e lei se ne andò.
“Khaled lassa perde le donne portano tutte guai..”
Alvaro diceva sempre così, ma poi non riusciva mai a stare lontano più di due minuti da sua moglie, Elvezia. Una donnona, che con la lingua azzittiva tutti. Mi portava spesso dei dolci e mi preparava il pranzo. Mi aveva accettato come un figlio.
*****
Sono a Roma da due settimane e non trovo lavoro. Ma per quale motivo avevo lasciato il Marocco? Qui non era poi così meglio come tutti credevano. Poi l’incontro con Youssef che mi aveva portato sul baratro. Avevo solo diciassette anni..
Iniziai a delinquere, borseggi, rapine, ma io non volevo assumere droga né quelle pasticche. Non ero visto molto bene, ero quello “strano”.
Il mio sogno era diventare medico.. Già i sogni, chissà che strada impervia avevano preso. Poi il colpo più grosso della gamba e la galera. La cicatrice sul braccio fatta perchè non volevo ubbidire al boss di Primavalle che
dormiva a due celle da me. Ma la luce poi c’era stata. L’incontro con la signora Augusta, l’assistente sociale.
Mi fece uscire e lì è iniziata una nuova vita. Sempre controllato è vero, ma con Alvaro tutto è andato a posto. Potevo pagarmi un piccolo monolocale in Via l’Aquila e fronteggiare le spese quotidiane..
*****
Non avevo mai avuto una famiglia. Ero cresciuto da solo in mezzo alla strada, grazie all’aiuto di alcuni zii, ma poi a diciassette anni volevo fare il grande salto, diventare dottore, ed invece mi ritrovavo ora a fare il meccanico.
Ma avevo promesso a me stesso che avrei continuato a studiare. Non potevo abbandonare gli studi classici e…
“Allora Khaled ma che t’ha fatto male quella ragazza?”
“No, no Alvaro è sempre il compito di italiano che abbiamo stasera..”
“Eh se va beh, mo se chiama compito d’italiano…”
Arrivai a scuola presto e trovai sempre al secondo banco, Calogero.
Ci aspettava un tema, difficile, dovevamo prepararci alla maturità.. Montale.. aiuto!
Era uno scrittore che odiavo, a me piaceva tutta la letteratura precedente al novecento, ma che ci potevo fare?
La professoressa ci massacrava con Ungaretti & co.. Speriamo bene, pensai. Salutai Calogero e me ne andai da solo, non volevo stargli vicino troppo, un po’ mi dava fastidio che aveva una ragazza così carina..
Qualche giorno dopo aver ritirato la Micra, ecco, me la vedo apparire di nuovo..
“Khale’ ce l’hai un minuto per me?”
La guardai stralunato.
“Altro problema con la macchina?”
“No, con quello scemo di Calogero..”
“Ahia, e che centro io?”
“Tu me devi da scopri’ se c’ha un’altra..”
“Come un’altra?”
“Si, si l’ho visto fa’ il beccamorto..”
“Alt. Elisa. Io non ho tutta questa confidenza con lui. Dovete risolvere i problemi da soli..”
Mi guardò come se le avesse morsicato un gatto.
“Voi omini tutti uguali, magari tu je fai pure la spalla..”
E se ne andò, per sempre. Non ne parlai mai con Calogero, ma non era nel mio stile entrare nella vita degli altri.
Ma io dico, uno come lui con una ragazza così carina, che la fa pure soffrire…
E’ proprio vero che nessuno si accorge dei tesori che ha accanto, solo chi ha provato la mancanza sa che cosa vuol dire.
Gli esami di maturità si avvicinavano, Roma aveva già un’aria molto estiva, il caldo si faceva sentire, anche nella nostra piccola autofficina. Figuriamoci se Alvaro metteva un condizionatore. L’omo deve da’ suda’, diceva sempre, ed in un certo senso aveva ragione. Con il gommista Daniele, un ragazzo davvero a posto, avevo cominciato a giocare a pallone.
Il calcio, lo sport più bello del mondo. Non importava da dove venivi, che lingua parlassi o come ti chiamavi, ma se sapevi
calciare bene il pallone potevi farti un sacco di amici. Il calcio era una lingua universale. Oddio non fu proprio facile entrare nella sua squadra, mi guardavano tutti male. Ormai ci avevo fatto l’abitudine. Tra di loro c’era pure un carabiniere, Eduardo.. Non dissi mai del mio passato a nessuno, solo Alvaro e sua moglie lo sapevano, ma penso che Eduardo, lo sapesse eccome o almeno lo intuisse. La cicatrice che mi avevano fatto in cella era ben visibile e vedevo che ogni tanto con lo
sguardo ci si fermava, ma il passato non poteva sempre un marchio indelebile per il presente. Ho imparato che il passato va lasciato in un angolo, e può condizionare il presente, solo se glielo lasciamo fare, si può cambiare nella vita.
Se ripenso agli anni bui, ho un groppo in gola (o come diceva Alvaro un “malloppo”), ma dovevo andare avanti, per forza.
Se ci si guarda indietro, si è già sconfitti. Mancavano poche partite alla fine del torneo a 7, ed io sostituivo un certo Alex,
infortunato. Correvo tanto, avevo resistenza fisica e diventai l’ala destra. Non che gli altri mi considerassero un vero e proprio amico, ma almeno mi avevano accettato. Il colore della pelle purtroppo ancora creava differenze fra le persone e soprattutto diffidenza. Ma quanto ancora si doveva aspettare per un’integrazione completa?
“Ma che te devo da di’”, diceva sempre Elvezia, e forse aveva ragione.. Arrivò la fine del torneo: secondi!!!! E poi la maturità. Un vero incubo. Scritti da paura: tre prove abbastanza difficili, con i professori che ci guardavano strano, eravamo quelli delle serali, ma alla fine il 15 luglio lessi un bel 78 sui quadri. Che gioia! Con Alvaro festeggiammo e comprai addirittura lo spumante, mi aveva dato due giorni di ferie…
Feci un giro in centro e notai che Roma aveva una storia sopita che la rendeva unica, in quelle mura delle chiese, quegli acquedotti, quei resti dell’antica civiltà si respirava un sapore storico che brillava nel firmamento mondiale delle città. Nessun’altra metropoli al mondo vantava una bellezza artistica come questa. Tornai in periferia, qui sembrava di essere in un’altra dimensione. Roma e le sue contraddizioni, quanto divario eppure quanto legame che c’era. Roma era anche questo, sicuramente. Poi mi rifugiai in una biblioteca, ora avrei avuto il tempo di leggere gli scrittori classici…
Ero preso a guardare lo scaffale che una ragazza mi piombò addosso.
“Mi scusi tanto, sono inciampata nel tavolo…” Mi voltai.
“Ma si figuri. Si è fatta male?”
“No, no..”
Mi presentai. Dietro quegli occhiali aveva due occhi neri e i tratti tipici giapponesi.
“Piacere Ayame.”
“Piacere Khaled.”
“Anche tu leggi i classici?”, mi chiese lei.
“Veramente ho iniziato oggi. Mi sono appena diplomato.”
“Io sto al primo anno di lettere antiche alla Sapienza e devo preparare un esame di
Sofocle..”
Da allora non ci siamo più separati. Mi sono iscritto anche io a lettere antiche, forse non diventerò mai un medico..
Lei è italogiapponese e ha deciso di trasferirsi a Roma e vive dai suoi nonni non lontano dall’officina…
Alvaro dice che ci sposeremo, io non so quello che succederà, ho imparato a non fare programmi, ma vivere con dignità ogni giorno, perchè ogni giorno è un regalo di Dio. Ogni respiro è importante e non può essere sprecato.

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Altro concorso letterario indetto dall’Associazione Erga Omnes, con il patrocinia della Provincia di Napoli e l’Unione Italiana Proloco (UNPLI) per scrittori dilettanti dal titolo “Una piccola storia…in fuga” (Gennaio 2009) dove sono arrivata al terzo posto con il racconto “Fuggire mai poi per dove”, che vi posto.

 

FUGGIRE MA POI PER DOVE?

C’è un po’ di nebbia questa mattina. Strano era un po’ che non si vedeva più. Ingrano la seconda ed esco dall’incrocio. Mi metto in fila. Con tutti questi lavori per la nuova metropolitana non ci si capisce più niente. C’è traffico sempre tutto il giorno!
Arrivo alle otto meno dieci in ufficio. Parcheggio, infilo le chiavi in borsa. Prendo il budge. Saluto la guardia giurata e mi avvio in verso l’ascensore. Nel colonnato molti colleghi che parlano tra di loro e commentano l’abbigliamento di chiunque entra. Possibile che non abbiano niente di meglio da fare?
In ascensore trovo la signora Mariani. Trucco pesante e vistoso, labbra carnose e capelli biondo cenere sempre legati. Odiosa. Mi guarda dall’alto in basso. La vedo, fa una piccola smorfia e a male pena sbiascica un buongiorno. È evidente non sarò mai di suo gradimento. Fortunatamente scende al secondo piano. Io arrivo al quinto.
Apro la mia stanza, tolgo il cappotto, sciarpa e borsa sull’appendiabiti e mi siedo. Mille post it per ricordarmi tutto quello che devo fare. Strano, Susy la mia compagna di stanza non è ancora arrivata. Avrà fatto tardi, con tutti questi lavori per Roma!
Proprio oggi con la super riunione con i delegati tedeschi ed austriaci… e chi lo sente il grande capo? Starà per arrivare. Ansioso, petulante e paranoico come sempre.
Apro il computer. La solita musichetta e i soliti minuti per l’accensione. Apro l’email e trovo un messaggio di Susy.
< p.s. calma il capo. Lo sai è bravo ma troppo ansioso!
Susy”
E così la cara e dolce Susy, sempre sorridente e accomodante, quella che non litigava mai con nessuno, se ne è andata a Chicago per curare un tumore. E deve essere grave per prendere una decisione del genere! Non riesco a crederci.
Mentre penso arriva il capo.
<< Michela subito nel mio ufficio. Prendi la roba di Susy.>> ed esce.
Rimango a bocca aperta.
Non ho tempo nemmeno di pensare.
<< Dottor Maltieri è tutto pronto. Slides, brochure e breve relazione tecnica. Ecco qui le 16 copie che aveva chiesto, corredate di foto esplicative del progetto, come d’intesa con il Dottor Fabiano>>
<< bene, bene. Allora si tenga pronta. Tra un’ora in sala riunioni al primo piano. Arriveranno alle dieci.>>
torno nella mia stanza, ma vengo tempestata di telefonate.
Questa riunione è troppo importante per il bene dell’azienda.
La mattinata passa e il Maltieri appare soddisfatto. Se andrà in porto l’operazione di marketing il Dottor Fabiano, Direttore Generale, lo promuoverà ad altro incarico in giro per il mondo….
Tolgo gli occhiali un attimo e mi sento arrivare un foglio di lato da uno dei componenti tedeschi.
In un italiano non proprio grammaticalmente corretto mi dice che vuole vedermi da sola per un caffè. I miei occhi lo hanno colpito! Gli sorrido e gli faccio capire che non sono interessata, proprio mentre Maltieri da fine alla riunione e si avvicinano tutti alla stanza attigua per brindare all’accordo. Maltieri mi fa avvicinare e mi elogia davanti a tutti e mi dice di rimanere. In genere ai festeggiamenti non rimango mai.
Mi sento un po’ a disagio. Tutti quegli uomini in carriera, ingegneri, informatici e pubblicitari e gli occhi del caro tedesco che sento addosso come una seconda pelle. Fortunatamente mi squilla il cellulare. Mi defilo fuori la sala. È Matteo il mio fidanzato.
<< Michela stasera tieniti pronta. Ho i biglietti del concerto di dei Nomadi! Sono riuscito a rimediarli poi ti dico come…. Allora sei contenta?>>
<< certo amore non vedo l’ora! Ma come hai fatto?>>
<< grazie a Linda, la ragazza di Luca. Lavora per un’azienda discografica ed avevano dei biglietti, così da ieri sono in trattative con lei finchè non ha ceduto….>>
<< sento puzza di bruciato…>>, commento.
<< hai ragione amore, qualcosa in cambio le ho concesso…. Insomma non so come dirtelo. Dovrei aiutare lei e Luca ad imbiancare la loro nuova casa prima del matrimonio…. In fondo sono piccoli lavoretti…>>
<< ah piccoli lavoretti… bene, allora ritieniti arruolato pure per la nostra di casa…>>, mi viene da ridere. Matteo non sa nemmeno distinguere un pennello da un cacciavite. È un architetto. Ha una grande vena creativa… io lo definisco un genio.
Chiudo il telefono e vado verso il mio ufficio. Sento la voce di Fabiano. Mi nascondo un attimo vicino la finestra e lui passa assieme al presidente, il dottor Pierangelo Morselli.
<< finalmente ci togliamo di mezzo Maltieri e mettiamo il nuovo a dirigere il settore marketing. Quello è contento che se va in Svizzera e noi pure>>. Le parole del Direttore avevano sortito una risata compiaciuta da parte di entrambi.
Certo che a livello manageriali ci sono sempre mille sfaccettature.
Arrivo al quinto piano. Nel corridoio trovo Giovanni il nostro spedizioniere della posta interna tra le varie location dell’azienda.
Scherziamo del più e del meno e mi accorgo che si sono fatte le due! Pausa pranzo!
Faccio uno squillo a Patrizia ed esco.
Mezz’ora meritata di pausa con un mega-panino al Mc Donald’s di Piazza Sturzo… lei lavora per l’Inps e mi aspetta all’incrocio.
Attraverso Via Cristoforo Colombo. Le sorrido e ci abbracciamo come sempre!
Siamo cresciute praticamente insieme a scuola e poi a distanza di anni ci siamo ritrovata a lavorare vicino! La vita è davvero sorprendente!
Facciamo i soliti pettegolezzi sui nostri amici e il tempo passa veloce. Io con il mio Happy Meal, manco fossi una bambina e Patrizia con la sua insalatona per non ingrassare. È sempre stata fissata con la linea.
Io non mi reputavo grassa, ma neppure magrissima. Ero nella media ma non avevo mai fatto caso più di tanto alla linea. Mi piaceva mangiare, sempre con moderazione!
Ripresi il pomeriggio tranquillo, anzi troppo.
Martieri verso le quattro e mezzo mi chiama e mi dice di aver accettato l’incarico per la Svizzera. Mi congratulo con lui, in fondo era quello che voleva.
Lo vedo nel suo sguardo che c’è qualcosa che non va.
Gli dispiace lasciare Roma e l’azienda in cui è cresciuto da quando aveva il diploma e faceva lo spedizioniere. Si era laureato ed aveva scalato i vertici con grande caparbietà.
Mi siedo, tolgo gli occhiali e gli chiedo senza mezzi termini: << se mi permette dottore una domanda.>>
Mi guarda stupito. In fondo non avevo mai commentato nulla e mai gli avevo fatto una battuta o una domanda.
Annuisce.
<< secondo me lei voleva fuggire via da questo mondo che le stava stretto. Ma adesso che ne ha l’opportunità ha paura. Sono tre anni che lavoro con lei e il suo lavoro si è sempre indirizzato per un suo eventuale trasferimento e relativa promozione all’estero. Ma perché? In fondo lei è cresciuto qui, si è fatto un nome nel campo del marketing ed ha una moglie ed una figlia.>>
si inumidisce le labbra. Mi guarda. Affonda nelle poltrona di pelle. Si gira verso la finestra ed inizia a parlare.
<< sa Michela ha ragione. Volevo fuggire per riscattare la mia vita fatta di grandi sacrifici. Io figlio di un umile operaio della Garbatella, volevo diventare qualcuno. Ho lavorato sodo, mi sono laureato e sposato per dimostrare a mio padre che non mi sarei accontentato come lui e che avrei avuto una vita agiata. È vero ce l’ho, ma non sono felice. Non vedo mai la piccola che sta crescendo senza di me, con mia moglie a mala pena parlo e al lavoro mi stanno spedendo via per mettere un super raccomandato…>>. Non finisce la frase. Squilla il telefono.
Mi fa cenno di andarmene ed esco.
Sono le cinque e mezzo. Spengo il computer.
Prendo il cappotto e le chiavi della Micra e vado al parcheggio alle fontane. Faccio scattare l’antifurto entro e metto in moto.
Mi sintonizzo si Radio 101 e parto per il traffico di Roma. Devo raggiungere prima mio fratello a Porta Metronia che mi deve consegnare delle cose per mamma e poi a casa pronta per il concerto di Vasco.
Certe volte Matteo sapeva stupirmi. Ero rimasta male che non avevo trovato i biglietti e mi ero arrabbiata e lui mi aveva fatto questo bellissimo regalo.
Alla radio stanno passando una canzone il cui testo mi ricorda il mio capo e di un certo Riccardo Baffoni.
“ma bisogna sotterrare le angosce quella resa che nel cuore ti cresce perchè anche l’ultimo dei perdenti non vive solo per i suoi lamenti sono un uomo in fuga in fuga dal nullain cerca di gloria ma forse neanche di quella sono un uomo in fuga in fuga da sempre ma le mie urla non si sono spente, ma le mie urla nessuno le sente solo rimango solo rimango non mi sentite che piango?”
davvero belle parole. Lui aveva vissuto tutto per dare uno smacco a suo padre e adesso che c’era riuscito si sentiva solo.
Mi faceva pena e tenerezza nello stesso tempo.
Non aveva saputo cogliere il bello della vita.
Arrivo a Porta Metronia, lascio la macchina in seconda fila. Citofono a mio fratello. Scende con il più piccolo dei miei nipoti Nicholas e mi da un pacco per la mamma. Lo saluto di fretta do un bacio forte al piccolo e risalgo in macchina, mentre uno di dietro mi suona il clacson. Sto intralciando il traffico.
Riparto inbocco Porta Maggiore e dopo 40 minuti di semafori rossi arrivo a casa nei pressi di Largo Preneste.
Parcheggio nel cortile condominiale. Prendo l’ascensore. Scendo al terzo piano ed entro in casa come una furia.
Il solito Attila come direbbe la mamma!
Faccio una doccia al volo e controllo l’orologio le sette e mezza.
Tra poco passa Matteo e di corsa al concerto. Chissà se faremo in tempo!
Suona. Scendo e vedo la Ipsilon in doppia fila.
Salgo lo bacio e partiamo. Come al solito lui conosce tutte le scorciatoie e arriviamo in tempo per il concerto. Ovviamente i posti sono in tribuna ci sediamo e mi godo lo spettacolo!
I Nomadi sono ottimi musicisti e poi che musica.
Canto a squarciagola e Matteo con me.
Quando intona la canzone “la mia terra” piango perché è troppo bella. Con quella canzone io e Matteo ci siamo fidanzati, una sera che eravamo soli ad un pub a leccarci le ferite.
Lui ad un passo dal matrimonio era stato lasciato ed io avevo perso la mia migliore amica per un incidente stradale vicino Sora.
“Da che parte e’ la mia terra
Ricomincia un’altra storia
La mia sorte il mio destino
La mia stella il mio cammino
Da che parte e’ la mia terra
Ricomincia un’altra storia
Ho negli occhi il mio destino
Madre prega anche per me”
Già da quel giorno la mia terra io l’avevo trovata erano gli occhi di Matteo.
Passai una bella serata e l’indomani iniziò una nuova giornata.
Appena entrata trovai una giovane ragazza nuova nella scrivania di Susy. Mi guarda e mi dice di essere Roberta e che mi aiuterà nel marketing. La saluto con distacco e apro il computer.
Trovo un’email strana del mio capo “per lei”.
In genere scrive sempre il contenuto del lavoro.
La apro e leggo senza credere ai miei occhi.
“Michela lei ieri mi ha aperto gli occhi. Ho rifiutato la promozione non andrò in Svizzera e da domani sarò affiancato dal super raccomandato. Le chiedo una cosa cancelli questo messaggio appena l’ha letto. Sarà affiancata da Roberta che lavorerà con l’altro dirigente lei continuerà con me. Ho preso una decisione vedrò di più la mia famiglia e mia figlia e questo lo devo alle sue parole. Lei è sempre stata molto riservata e poi io non le ho mai dato modo di parlare ero troppo preso dalla mia carriera. La vita è troppo breve per essere sprecata con il lavoro. Da ora in poi cercherò di fare del mio meglio perché il lavoro venga svolto bene e possa avere dei ritagli di tempo anche per me. Il direttore e il presidente non hanno preso bene questa mia decisione, ma non possono costringermi quindi rimarrò nel mio settore dove sono il migliore in azienda.
In Svizzera credo non andrà nessuno lavoreremo via telematica con loro.
La ringrazio ancora per quello che ha fatto. Credo che da oggi in poi se ha qualcosa da dirmi sia schietta e sincera come sempre.
Tra un po’ ci saranno le selezioni per il posto da vice-dirigente alla sezione contabilità. Provi a partecipare. È in gamba, laureata, può riuscirci.
Ancora grazie.
La aspetto per l e nove. Dobbiamo concludere il progetto neozelandese.
L. M.”
Cancello l’e mail. Non credo ai miei occhi. Maltieri che rifiuta il posto e non vuole più fuggire da Roma… incredibile.
Alle nove sono da lui e facciamo tutto come se non fosse successo niente.
Gli lascio un foglio insieme alla relazione del progetto.
“Fuggire ma poi per dove? Quando si fugge da se stessi.
Non fuggire in cerca di libertà quando la tua più grande prigione è dentro di te. (Jim Morrison)”
p.s. non parteciperò alle selezioni perché mi devo sposare il prossimo anno e voglio dedicare i miei pomeriggi alle persone ai cui voglio bene. Impari a farlo le darà una grande gioia.
Michela”
Da quel giorno Maltieri cercò di non farsi prendere dal lavoro, ma non ci riuscì sempre. Tutte le mattine torna alla carica con le sue paranoie e perfezionismi vari, non gli va bene mai nulla. Intanto io e Roberta siamo diventate amiche e il raccomandato adesso sta in Svizzera felicissimo di ricoprire il sui ruolo.
Intanto sto per sposarmi e per quindici giorni farò a meno dell’azienda…….

 

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